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Carne artificiale: un’alternativa sostenibile o un flop da laboratorio?

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I consumatori si stanno dimostrando sempre più sensibili in materia di carne: sono sempre più attenti alla sua provenienza, alla presenza di marchi che ne certifichino la qualità, senza dimenticare coloro che hanno scelto di eliminare totalmente la carne dalla loro alimentazione, come i vegetariani e i vegani, che in Italia sono in crescita, andando a rappresentare ben l’8% della popolazione (dati forniti dal Rapporto Italia 2016 dell’Eurispes).

In un futuro neanche tanto lontano, però, potremmo addirittura pensare di mangiare carne artificiale, prodotta in laboratorio. Per i puristi della carne questa potrebbe suonare come un’eresia bella e buona, ma riflettendo attentamente e senza pregiudizi di sorta si tratterebbe di una svolta epocale nel settore dell’alimentazione. La carne artificiale non solo eviterebbe la macellazione degli animali, ma consentirebbe di destinare preziose risorse vegetali ad altri scopi e non necessariamente alla produzione di mangimi.

Già nell’agosto del 2013 lo scienziato olandese Mark Post produsse il primo hamburger in laboratorio a partire da cellule staminali, che venne poi cucinato e mangiato in uno studio televisivo a Londra, davanti a migliaia di spettatori. Oltre allo stupore misto allo scetticismo, c’è da dire, ad onor del vero, che per produrre 140 grammi di manzo si erano spesi ben 250.000 euro. La domanda da porsi, dunque, è: la carne artificiale può davvero sostituire allevamenti e mattatoi e diventare un nostro alimento base?

Una rivoluzione in termini etici e non solo

Indipendentemente dall’essere vegetariani o carnivori, una constatazione va fatta: se vogliamo continuare a mangiare bistecche occorre trovare delle alternative, poiché l’innalzamento globale della domanda di carne, in vista della crescita della popolazione e del miglioramento delle condizioni di vita, avrà come conseguenza un aumento dell’inquinamento, dell’immissione di gas serra, del consumo di suolo e di energia e della sofferenza animale. Il nostro pianeta non può più sostenerlo e la carne artificiale potrebbe rappresentare una valida soluzione.

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Come accennato in precedenza, la teoria dietro la carne da laboratorio è semplice: sfruttare la capacità delle cellule staminali di moltiplicarsi in gran numero. Così facendo, non ci sarebbe bisogno di grandi spazi per allevamenti, fattori, ma solo di pochi capi di bestiame dai quali prelevare le cellule. Nel 2011, una ricerca sulla sostenibilità del metodo stimava che «se si potessero far moltiplicare le cellule di partenza in un mezzo vegetale ricavato, per esempio, dalle alghe, l’impiego complessivo di energia non si ridurrebbe di molto, ma calerebbero del 90% le emissioni di gas serra, l’uso di suolo e quello di acqua», secondo quanto riportato su Trends in Biotechology da Cor van der Weele e Johannes Tramper, dell’università olandese di Wageningen.

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I ricercatori di Supermeat, start up israeliana, spiegano come non esistano alimenti vegani in grado di sostituire davvero bistecche e hamburger e questi prodotti hanno, inoltre, un prezzo elevato. Super meat sta finanziando attraverso Indiegogo il progetto di avviare una produzione di carne artificiale su larga scala. In che modo? Creando dei piccoli impianti di produzione nei supermercati e ristoranti.

Gli ostacoli al successo

Fino a questo momento l’ostacolo principale alla diffusione della carne artificiale è stato il prezzo: nel 2013 il primo hamburger da provetta costava 250.000 euro, oggi gli esperti ritengono che per produrre una libbra di carne siano necessari 36 dollari, ovvero 9 per il classico hamburger. I ricercatori olandesi, però, stimano che un mezzo di coltura dal costo di un euro al litro provocherebbe un aggravio sul prezzo finale della bistecca di 8 euro/Kg. A questo si devono sommare poi i costi di produzione: la carne artificiale dunque potrebbe essere competitiva solo se quella tradizionale aumentasse di molto il prezzo, o se produrla fosse meno impegnativo.

Oltre al problema dei costi, bisogni fare i conti con la percezione del pubblico e dei consumatori che, generalmente, non vedono di buon occhio tutto ciò che viene qualificato con “artificiale” o “di laboratorio”. La carne artificiale viene percepita come un alimento innaturale e poco appetitoso; in più una carne cresciuta completamente in laboratorio sembra molto più pericolosa per la salute rispetto a quella tradizionale. L’aspetto sul quale occorre far leva, invece, è collegato ai benefici social e alla necessità morale di sviluppare un’alternativa.

In sostanza, per la carne artificiale dovremmo ancora attendere qualche anno ma la profezia di Churchill, che già nel 1931 si chiedeva perché non fosse possibile produrre petti o ali di pollo invece che crescere un animale per ricavarne solo le parti che preferiamo, sembra destinata ad avverarsi.